Gavia e Mortirolo: Enjoy Stelvio 2022!

In cima al Passo del Mortirolo
Il cima al Passo del Mortirolo

E’ arrivato il giorno di Gavia e Mortirolo. E’ da un anno che aspetto. Era ghiotta l’occasione offerta da Enjoy Stelvio National Park: chiusura dei due passi, con una sequenza temporale tale da permettere di affrontare il giro nel verso e nella successione più dura.
La sfida con sé stessi si mescola agli sfottò divertiti che ci si scambia tra amici. La mia esperienza con il Passo Gavia non poteva fermarsi alla salita da quello che viene considerato il versante facile di Bormio.
E per chiudere definitivamente la partita, ci aggiungo il Passo del Mortirolo da, nomen omen, Mazzo di Valtellina.

Gavia e Mortirolo: la valle dell’Oglio

Partire da Monno vuole dire scaldare i muscoli lungo 18 km di salita, e quasi 500 metri di dislivello, prima di arrivare a Ponte di Legno, dove la convenzione vuole che comincino i 18 km del passo, versante Valcamonica.
Per quel che mi riguarda, arrivare in cima, da Monno alla vetta, vuol dire quasi 36 km per 1.660 metri di dislivello. E’ un 4,6% di media, ma ricordate la Statistica di Trilussa?
Con questi numeri ben in mente, lascio andare qualche gruppetto che passa veloce. C’è già un bel movimento di ciclisti, fisico tirato, completi all’ultima moda, a cavallo di mezzi scintillanti che frusciano il rumore del carbonio sull’asfalto.
Tantissime le bici d’alta gamma, dalle linee moderne e sofisticate, dalle cartelle marketing ricercate e mirabolanti di tecnologia e prestazioni. La più bella, tra quelle incontrate in questi due giorni, rimane la Ritchey Road Logic Disc, incontrata ieri in cima al Mortirolo, durante la ricognizione. Non è la più leggera. Non è la più scattante. E’ un connubio di tradizione ed innovazione. Elegante, razionale e pulito telaio in acciaio. Poco appariscente, ma così evidente tra mille cloni alla moda. Semplice ed esclusiva. Nel mio libro dei desideri già da un p0’…

Fino a Ponte di Legno

Pedalando nel fondo valle, godendomi qualche prato rimasto verde, in una natura che anche in montagna soffre la calura prolungata e i cui colori precorrono, talvolta, l’inizio dell’autunno, arrivo a Ponte di Legno. Come sempre, la visuale in bicicletta è più ampia rispetto a quella dall’auto. Ricordavo un borgo più piccolo di quello che è in realtà.
Volgendo lo sguardo a sinistra, Cima delle Graole e Cima di Caione delimitano il passaggio della strada sottostante. Il Passo Gavia è la, da qualche parte. Il paesaggio è maestoso. L’altitudine è intellegibile dalle sensazioni che suscita nell’animo, non serve l’altimetro o la carta per capire. Ancora meno per apprezzare.
Stranamente, i cartelli stradali indicano il Passo del Tonale (chissà come starà il ghiacciaio Presena?), ma non il Passo Gavia. Mi fermo a controllare la traccia sul cellulare poche centinaia di metri prima del bivio.

Sant’Apollonia

La prima salita, nella giornata dedicata a Gavia e Mortirolo, comincia con…una discesa. Era meglio attraversare il paese, ma l’unica freccia per il Gavia era quella che, ad inizio paese, invitava a proseguire sulla Statale 42 del Tonale.
Il cartello a bordo strada segnala l’apertura del passo. C’è traffico. Di auto e moto. Intuisco che Sant’Apollonia deve essere più avanti, perché la chiusura ai mezzi motorizzati, comincia da lì.
I 4,5 km che seguono sono i più pericolosi di tutti. Sarebbe decisamente meglio chiudere tutta la salita. I gruppi di ciclisti sono abbastanza folti. Le auto passano in entrambi i sensi. Poco pazienti, si infilano tra un gruppetto e l’altro. Zigzagando, si fanno largo con spavalderia e rischiosa noncuranza.
All’inizio cerco di “succhiare la ruota” di qualcuno, poi mi tengo a distanza di sicurezza: cinque, sei metri per gestire un rallentamento improvviso o, peggio, l’eventuale caduta di qualcuno che mi precede.
Mentre la ciclista che sto seguendo si alza in piedi e scalo un dente per starle dietro, arriviamo a Sant’Apollonia. Fortunatamente indenni. Basta auto. Ora è solo una faccenda tra me e la montagna.

Il Passo Gavia: 2.618 m

Subito la strada manda un chiaro avvertimento: passato un cartello stradale intimidatorio, il primo 13%. Meglio non esagerare, 12%, 13%, 17% si susseguono tra un tornante e l’altro. Nelle curve si respira.
L’ombra è decisamente apprezzabile. Il cielo presenta un piacevole passaggio di nubi miti.
Pedalare in gruppo ti aiuta a scandire il ritmo, talvolta anche a distrarti. Quello che ha voglia di raccontare a tutti le sue imprese alla Tuscany Trail, fortunatamente, ha più gamba di me e sparisce all’orizzonte con il suo gruppetto.
Su un tornante si presenta un bel punto panoramico. Ho la tentazione di fermarmi, ma non voglio perdere il ritmo. Subito dopo la strada si impenna.
Raggiungo una coppia. Si scambiano qualche battuta. Passiamo la sbarra che chiude la strada d’inverno. La carreggiata si fa veramente stretta. Lui le da appuntamento in cima.
Senza sforzo apparente, in maniera composta e senza vergognarsi di sfruttare l’andamento a zig zag che arrotonda la lama tagliente della pendenza, in poche centinaia di metri lei sparisce. Magari non impeccabile, ma efficace e risoluta.
Anch’io lo lascio al suo destino: il rumore del suo movimento centrale mi infastidisce.
Al termine dei 10 tornanti, dove continuo a sfruttare tutta la strada per riposarmi, finiscono le conifere e si apre la vista sulla Valle di Gavia. E’ pura, impagabilmente sontuosa alta montagna.
Seguono 2 chilometri e mezzo di salita in costa, il versante del monte sulla destra. Fino alla temuta galleria.
Saranno 5oo metri. Il buio all’interno è interrotto da una serie di luci a mezza parete. Quasi tutti i ciclisti hanno le loro luci. Nonostante la pendenza non metta a proprio agio, la visibilità è decisamente migliore di quanto mi aspettassi.

Dalla galleria alla vetta

L’uscita dalla galleria non vuol dire la fine delle fatiche. Anzi. La pendenza prosegue decisa. L’asfalto irregolare aumenta lo sforzo. Il bordo strada è costellato di sassi, massi, pietraie.
E’ prima degli ultimi tre tornanti che accuso i primi segni di stanchezza. Non è crisi, ma rallento un po’ il ritmo per raccogliere le forze. Manca un chilometro. Sono pronto a stringere i denti, invece, l’ultimo tornante sormonta l’ultimo contrafforte. La strada si addolcisce, si apre un pianoro che guida la vista fino al passo. Gli ultimi 600 metri sono lievi. Ho il tempo e la lucidità per registrare un breve filmato di ricordo.
Gavia e Mortirolo, gli obiettivi di giornata. Il primo è andato!

Gavia e Mortirolo: la Valtellina fino a Mazzo

E’ una bella emozione conoscere la discesa che dai 2.600 metri porta a fondo valle. Ti offre una piacevole sensazione di sicurezza. Quel senso di protezione ed automatismo che offrono le routine. Anche le buche sono rimaste le stesse dell’anno scorso. Aggiungo qualche fontana al mio elenco mentale. Annoto un’ulteriore esempio di stupidità umana, quando due ciclisti superano contro mano un’auto, nella strettoia in pavé di Sant’Antonio. Eccomi a Bormio.
Mi fermo a mangiare nello stesso bar di ieri, ma purtroppo hanno esaurito la gentilezza. La ruvidità della titolare, che si lamenta della fretta dei ciclisti ai tavoli, quando gli unici, e tanti, clienti del giorno sono solo ciclisti, è quantomeno fuori luogo. Mi sembra di vedere una vela all’orizzonte, la lanterna, la schiuma d’argento dello scirocco, ma no…siamo proprio nella professionale, efficiente ed imprenditoriale Lombardia…
Riprendo il Sentiero Valtellina. Fino a Mazzo è quasi solo discesa. A tratti anche piuttosto veloce.
A Mazzo Valtellina non c’è bisogno di preoccuparsi per cercare l’attacco della salita. La deviazione per il Passo Mortirolo è ben segnalata proprio lungo il percorso.

Il Passo del Mortirolo

Il nome è lugubre. La sua origine è contesa tra due versioni.
Chi la fa risalire alla leggendaria battaglia contro ebrei e pagani, condotta da Carlo Magno nel VIII secolo, durante la campagna di cristianizzazione della Valcamonica, vinta con un gran spargimento di sangue in cima al colle che verrà nominato, sulle cronache storiche, Mortarolo.
Chi, invece, fa riferimento ai morti della Prima Guerra Mondiale che qui distese una delle sue innumerevoli linee di trincea, logoranti e mortifere.
Certo è che quando il Passo della Foppa (questo il nome originale) ha cominciato ad essere percorso dal Giro d’Italia, nel 1990, il nome Mortirolo (peraltro originariamente e tuttora attribuito dalle carte geografiche ad un passo vicino, non raggiunto da strada carrabile) era troppo evocativo per non essere adottato in via definitiva.
Passati i primi due ingannevoli chilometri, è proprio una teoria di morti, le cui spalle rimbalzano a destra e a sinistra, quella che cerca di spingere gli instabili e pesantissimi mezzi a due ruote, in un vano tentativo di abbreviare la sofferenza.
Sono pochi coloro che hanno accettato la sfida di Gavia e Mortirolo lungo lo stesso anello. Condividiamo un tratto di destino, lungo questo bosco perpendicolare. Così, quando passo accanto a quella ciclista che mi faceva da punto di riferimento davanti ed ora è esplosa a bordo strada, in crisi tremolante di pianto, penso che il prossimo sarò io.
Non ho il coraggio di guardare la pendenza. Mi basta sentirla sotto le ruote. Il sole brilla instancabile.
Un ragazzo, che ho incontrato più volte in queste due giornate, si ferma per la seconda volta, il viso rivolto verso il margine della strada, quasi per non farsi vedere.
Esco da uno dei tanti falsi tornanti, percorro un tratto dritto, sembra un dosso quello là in fondo. Invece no, la salita continua incessante. Ho bisogno di una attimo di riposo. Metto il piede a terra ed improvvisamente il fiato, fino ad allora regolare, prende a correre incontrollato. Ripartire è un esercizio di equilibrismo.
Ricordo la ragazza di stamattina sul Gavia e le sue serpentine. Procedo a zig zag il più possibile.
La velocità è talmente lenta che talvolta il gps si mette in pausa, non riscontrando nessun movimento.
A Piaz, a 1.448 metri, mi fermo alla fontana. L’acqua è fresca. Assumo l’ultimo gel energetico.
La sosta è veramente ristoratrice. Riprendo con un passo più deciso. Inaspettatamente, raggiungo e supero qualche ciclista.
Poco dopo, il tornante con il monumento a Pantani. Non manca molto all’immissione sulla strada che sale da Grosio.
Sono ancora circa 3 chilometri e mezzo all’8,5%, ma in confronto a prima, sembra già di essere arrivato. L’ombra allevia il bruciore dei raggi solari.
I tornanti dal 4 al 2 sono ravvicinati. Sono già nella conca verde del rifugio. Raccolgo le ultime forze ed accelero. Sono in cima al passo. Con i suoi 1.852 metri, un passo piccolo per l’umanità, ma un grande passo per un ciclista.

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