Gravel nel Parco dell’Aveto

La bici gravel sullo sterrato della foresta del Monte Penna
La strada bianca che attraversa la foresta del Monte Penna

La Val d’Aveto. La montagna dei genovesi. Vi si trovano il comune più alto della provincia di Genova (Santo Stefano d’Aveto a 1.012 m.) e le vette più elevate dell’Appennino Ligure: il Monte Maggiorasca (con i suoi 1.804 metri), il Monte Penna (1.735 m.) ed il Monte Aiona (1.701 m.).
Qui ci sono gli unici impianti di risalita liguri in attività. D’inverno girano a singhiozzo, in base ai capricci del meteo, e d’estate alimentano l’unico park per mountain bike della regione.
E poi, il Parco Naturale dell’Aveto che tutela foreste, laghi (d’origine glaciale o artificiale), pascoli, faggete, castagneti, stagni e le numerose zone umide che costellano questo angolo di Liguria. Nel territorio del Parco sono racchiuse anche numerose ed originali testimonianze dell’evoluzione geologica e della storia dell’uomo in queste valli.
Gli ingredienti per un grandioso giro gravel nel Parco dell’Aveto ci sono davvero tutti.

La traccia

Ho disegnato la traccia del mio giro gravel nel Parco dell’Aveto, coniugando diverse suggestioni e consigli. E mentre tracciavo, mi ingolosivo sempre di più. Stimolato ed incuriosito da tutti i posti che meritano una visita.
Sono partito dai percorsi descritti nella pubblicazione “Pedalare nel Parco”, cercando di collegarne alcuni, utilizzando il supporto di una tradizionale e piacevolmente ingombrante carta dei sentieri. Poi ho caricato il tutto su Komoot per la tracciatura, le correzioni finali e la verifica di chilometraggio e dislivello totale (quasi sempre in eccesso rispetto al reale).
Il risultato finale rappresenta la sfida che cercavo: verificare la capacità di reggere, con lucidità fisica e mentale, un dislivello elevato (oltre 2.800 metri), su un percorso sterrato non noto, in vista dell’Abruzzo Trail.

Gravel nel Parco dell’Aveto: i laghi

Il lago di Giacopiane

La partenza è fissata a Borzonasca, comune all’interno del parco. Dai qui, uno dei pochi tratti di asfalto mi porterà al Lago di Giacopiane.
Ci si scalda in fretta. Mentre il sole ogni tanto si alterna con l’ombra, la salita procede con pendenze sempre più impegnative. In 13 km. se ne vanno 850 metri, un po’ meno di un terzo del dislivello totale.
Incomincia lo sterrato. Pedalo intorno all’invaso artificiale. Qualche campeggiatore sta riponendo la tenda.
Improvvisamente, sotto le fronde di un boschetto, un gruppo di cavalli: bellissimi, il manto lucido, la muscolatura snella, ma ben visibile. Due puledri fanno capolino. Mi fermo per una foto. Non sembrano disturbati dalla mia presenza, ma rinuncio. Potrei giustificare la mia viltà, nascondendomi dietro la considerazione che la mia curiosità sembri poco rispettosa della loro non curante libertà. In realtà, non vorrei suscitare una reazione indesiderata e la prospettiva di sfuggire ad un cavallo imbizzarrito non rientra nei miei piani. Più avanti, incontrerò altre due volte esemplari dei cavalli selvaggi dell’Aveto.
Abbandono il lago sulla destra, ricomincio a salire. Il sentiero si restringe. Attraverso un guado. Spingo la bici per qualche breve tratto. Meglio la strategia conservativa, piuttosto che rischiare una banale caduta.
Questo tratto è la più grande incognita del tracciato. Dovrei incontrare tra poco una larga sterrata che sale da Prato Sopralacroce. Detto, fatto. Ci sono. Più facile di quanto pensassi.

Il lago delle Lame

Dopo qualche tornante e qualche bel tratto ripido, incrocio l’Alta Via dei Monti Liguri, qui nella sua migliore espressione. Comincio a pensare che chi sostiene che la Liguria non sia terra adatta alla bicicletta gravel, non abbia mai esplorato più lontano del suo quartiere.
La foresta delle Lame è una faggeta secolare, le cui foglie ricoprono il fondo dell’ampia sterrata. Un letto morbido e talvolta insidioso che conduce, tra lievi saliscendi, prima al Passo delle Lame e poi al Passo della Gonella.
Si passa a fianco alle zone umide del lago Lagastro e delle Agoraie, riserve naturali dentro al Parco, cintate ed accessibili solo per esigenze didattiche o scientifiche.
Dopo 5 km percorsi sempre sulle stesse quote, si comincia a scendere. In 2 chilometri e mezzo si raggiunge il lago delle Lame. Uno specchio d’acqua azzurra, originato dalle forze di un ghiacciaio in scivolamento. 20.000 anni fa c’erano i ghiacciai in Liguria. Tra qualche decennio non ce ne saranno più neppure sulle Alpi. Evoluzione o regresso? Prima che sopraggiungesse l’opera modificatrice dell’uomo, il mondo si è evoluto per millenni. Anzi, è in cambiamento da sempre. La Terra è viva, anche senza l’uomo. E’ il contrario che non è possibile.

Gravel nel Parco dell’Aveto: i passi

Il Passo del Tomarlo

La discesa dal lago delle Lame è una strada asfaltata veloce e divertente che in breve porta sulla provinciale 654.
L’arrivo sulla provinciale coincide anche con la ricomparsa del sole. E’ l’una e mezza. Il termometro del cellulare ha superato i 30°.
Mentre mi concedo solo un po’ d’acqua fresca, ad un trogolo lungo la strada, le persone sagge sono chiuse in trattoria. E se non sono in trattoria, non sbagliano strada, pedalando sull’asfalto rovente.
Evidentemente, insieme alla saggezza, ho perso anche la traccia. Non sono dove dovrei essere.
Seguendo il ricalcolo, arrivo al bivio verso Rezzoaglio. Questa zona la conosco per averla già percorsa diverse volte, in bici, in moto, in auto. Non è la direzione giusta. Faccio il punto della situazione, consultando Komoot. Devo tornare indietro e cercare il taglio nel bosco che mi permette di arrivare sotto il Tomarlo, saltando un bel pezzo di asfalto.
Trovo la deviazione. E’ una strada interpoderale, mezza nascosta dalla vegetazione, che attacca con una cementata da ribaltamento. Spingo la bici e valuto la percorribilità. Si può fare.
Incontrare qualche cartello con indicazioni “mtb” mi rincuora. Evidentemente, ci passa qualcun altro.
Uscito dal bosco, arrivo alla frazione di Costapelata. I lavatoi sono asciutti, non esce acqua dai rubinetti.
Arrivare all’innesto della strada per il Passo del Tomarlo è una delle fatiche più importanti dell’intero giro gravel nel Parco dell’Aveto. Ho come la sensazione che quando cominciano a fare male le gambe, inizino sempre, puntuali, le salite dure. Oppure è il contrario?
Fa caldo, il sentiero che dovrebbe portarmi al Passo del Tomarlo è segnato, ma in realtà impraticabile (perlomeno nella sua parte iniziale), così arrivo al confine con la provincia di Parma, su asfalto, mentre un raduno di bolidi a quattro ruote mi corre in faccia.

Il Passo del Chiodo

Sarebbe troppo facile prendere il bivio per la Foresta del Monte Penna. Cerco il sentiero dell’anello del Monte Maggiorasca ed ancora mi inoltro in una faggeta, preludio della Foresta del Monte Penna.
Il trivio del Passo del Chiodo è la porta d’accesso alla foresta.
La toponomastica della zona (a fianco al Monte Penna troviamo il Monte Pennino) riecheggia di antichi riti di adorazione del dio Penn (parola che indicava la cima, la vetta): un culto pagano pre-romanico, vivo tra le popolazioni liguri ed i salassi della Valle D’Aosta. Non è casuale l’assonanza tra gli Appennini e le Alpi Pennine.
L’atmosfera della foresta è un invito al raccoglimento. Si percepisce una vibrazione quasi ieratica. L’aria fresca ed il mite silenzio della natura svuotano di ogni velleità agonistica. Mi lascio cullare dalle curve, perdendo leggermente quota.

Il Passo dell’Incisa

Meglio non distrarsi troppo. All’interno di un tornante, abbandono la strada principale e ricomincio un’ampia sterrata.
Poco dopo, in località Faggio dei Tre Comuni, incontro gli ultimi cavalli selvaggi. Sembrano docili e questa volta mi avvicino per una foto.
E’ già da un po’ che aspetto la discesa vera. Quando vedo una freccia per le sorgenti del fiume Taro ed il Passo dell’Incisa, mi riposiziono mentalmente all’interno al percorso.
Il mio problema, quando affronto questi tracciati, è che non li studio mai troppo attentamente: memorizzo alcuni riferimenti, distanza, dislivello totale e parto.
Sono quasi le cinque del pomeriggio, ora spingo forte sui pedali, la pendenza lo permette, la ruota posteriore ogni scivola sulla ghiaia. Quando arrivo sul quinto passo di giornata, mancano ancora circa 200 metri al dislivello atteso, ma non ho idea che dovrò affrontare ancora un valico.

Il Passo della Spingarda

Ancora nessuna notizia della discesa. Solo una lieve pendenza, dove cerco di prendere velocità, approfittando del fondo regolare. Non appena stabilizzo la mia velocità intorno ai 25 km all’ora (velocità di tutto rispetto su sterrato), una grossa ghiaia irregolare ed un secco tornante a sinistra interrompono la mia corsa. Guardo il gps: i tornanti davanti non preannunciano nulla di buono. Eccolo, l’ultimo dislivello da coprire. Sono solo 150 metri, ma è il fondo più brutto e sconnesso incontrato finora.
Generalmente la pendenza favorisce il passaggio di piogge ed acque agitate ed il risultato è un terreno scavato ed irregolare.
Spingo la bici per una ventina di metri. Le gambe non ce la fanno più.
Me lo sono conquistato questo prato verde del Passo della Spingarda a 1.551 metri. Prendo qualche bella boccata d’ossigeno, mentre ammiro, solo, il paesaggio.

Gravel nel Parco dell’Aveto: rientro a Borzonasca

Lo sterrato che passa tra Costa Scandella e il Rio Prato Mollo disegna implacabile tornanti secchi e rettilinee picchiate, in un paesaggio che rievoca le alpi, sotto le pendici del Monte Aiona.
Il panorama si apre sul versante sud del Parco. All’improvviso appaiono, sulla sinistra, le nere rocce della Pietra Borghese, in netto contrasto con il verde della natura circostante. Un affascinante affioramento di rocce vecchie due miliardi di anni, provenienti dalla profondità dell’antico oceano ligure-piemontese.
Percorro 8 chilometri di sassi e polvere, prima di trovare l’asfalto.
Non ho mai affrontato una discesa fuoristrada così lunga, con la bici gravel. Perché non avevo mai raggiunto altitudini così elevate. Recentemente ho pedalato in bellissime zone collinari, come durante il Piemont Gravel, oppure, nel Monferrato, ma mai in montagna.
Sono costretto a fermarmi un paio di volte, per dare respiro alle pastiglie e ai dischi dei freni.
Finito lo sterrato, i tornanti si fanno ancora più fitti. Vorrei che il fondo valle non arrivasse mai. Perché lo so che, curva dopo curva, purtroppo il gioco della bicicletta di oggi sta per terminare.

La traccia che segue è stata registrata durante il giro e contiene alcuni errori dovuti a bivi sbagliati e momentanea perdita della traccia. Non si garantisce la percorribilità dell’intero percorso, potendo variare le condizioni di manutenzione. Chi dovesse ripercorrere lo stesso itinerario lo fa assumendosi in pieno le proprie responsabilità, nulla potendo essere imputato agli autori di questo blog.

Download file: GravelAveto.gpx




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