La mia bici da corsa Pro-lite Galileo

bici da corsa Pro-lite Galileo
Pro-lite Galileo

C’è chi la propria bici la chiama per nome. Forse ne risulterebbe un titolo più intimo, più personale.
Io no. Non do nomi propri di persona alle mie bici. Le chiamo per categoria, meno spesso per marca. E così in questo post vi parlerò della mia bici da corsa.
Talvolta chiamata Pro-lite. Raramente Galileo, che sarebbe il nome che il produttore le ha assegnato.
Bel nome, ma impegnativo. Addirittura il padre della rivoluzione scientifica che, se non proprio di biciclette, si occupò tra i primi di movimento e studiò l’energia cinetica.
La bici da corsa rimane, tra le mie bici, quella che uso più spesso. Con cui macino il maggior numero di chilometri. D’altronde, come già dichiarato nella mia presentazione, la bici da corsa è stato il mio primo amore e il primo amore non si scorda mai.

L’azienda

Pro-lite è un’azienda sconosciuta ai più. Nonostante questo, è una delle più grandi ed importanti aziende nel mondo dei componenti per bicicletta, con lavorazioni sia del carbonio che dell’alluminio.
Fondata a Taiwan da Steve Fenton, inglese con una breve stagione da pro alle spalle ed ideatore della fiera di settore Taichung Bike Week, Pro-Lite è un produttore OEM (Original Equipment Manufacturer). Quello che in italiano si chiamerebbe un terzista. Una fabbrica che produce per marchi di altri, specializzata nella produzione ed assemblaggio manuale di ruote in carbonio. Ma per un certo periodo ha distribuito anche prodotti a marchio proprio. A quel periodo, il 2012, risale il mio telaio. Se non un unicum in Italia, sicuramente una rarità.

Il telaio

Il telaio è in carbonio monoscocca. Con i suoi 1.310 gr. non un peso piuma, neppure per gli standard di 9 anni fa. A me colpirono due cose quando vidi il telaio per la prima volta.
La prima: la forma dei tubi, uno diverso dall’altro. L’orizzontale triangolare, il tubo inclinato cilindrico in basso e quasi triangolare dove si raccorda al tubo sterzo ed il piantone con quella piccola “vela” che accompagna la ruota posteriore, una delle prime progettazioni aerodinamiche che ancora conferisce modernità al telaio, senza scadere nella muscolosità eccessiva dei telaio aero odierni.
La seconda cosa: la finitura trasparente sulle trame del carbonio, precise, regolari, valorizzate dal loro essere nude.
Rispetto alle bici più moderne non ha nessuno degli standard attualmente utilizzati, ma con i suoi freni a pinza sul cerchio, lo sterzo da 1’1/8, il movimento centrale filettato BSA e i cavi esterni ancora continua a darmi soddisfazioni sulle strade della Liguria e non solo.

Il montaggio

Anche se non l’ho ancora detto, probabilmente qualcuno di voi lo avrà già capito che la mia bici da corsa me la sono costruita (o assemblata, non volendo usare parole troppo importanti) da solo. Scegliendo i componenti uno per volta, montandola con calma, prolungando il piacere di avere un nuovo mezzo con la soddisfazione di vederlo nascere sotto le proprie mani. La sensazione della creazione propria dell’artigiano.
Nel montaggio ho dato ampio spazio al carbonio, tranne che per le ruote delle quali parlerò nel prossimo paragrafo.
Il manubrio in carbonio è ancora Pro-lite. Così come la forcella, una Giavanni, forcella da crono con steli a forma di lama che conferisce rigidità e precisione all’avantreno e il cui nome dal suono italiano (in questo caso storpiato) è una costante dell’azienda taiwanese. Attacco manubrio (in alluminio) e reggisella in carbonio FSA serie Slk.
Sella interamente in carbonio marchiata Token (un altro marchio taiwanese sparito dal mercato italiano).
Il gruppo è uno Sram Force a 10 velocità : carbonio ad un prezzo ancora accessibile.
La guarnitura è compact, sostituita provvisoriamente ad una standard e mai più smontata.

Le ruote

La scelta delle ruote è stata piuttosto lunga, frutto di una valutazione minuziosa.
Volevo una coppia di ruote che fosse leggera, comoda, facile da mantenere e pratica nell’uso. Bella e dal prezzo abbordabile.
Esclusi ruote in carbonio, a basso, ma soprattutto ad alto profilo, nomi esotici non diffusi sul mercato, tubeless e tubolari.
Così, dopo una serie di “perlustrazioni” sul mercato, decisi di assemblarmi il mio primo set di ruote. Mozzi strada Hope RS (marchio principalmente diffuso nella mountain bike), leggeri, lavorati CNC dal pieno e quindi bellissimi, semplici da mantenere, con ricambi sempre reperibili e con una ruota libera bella rumorosa. Cerchi Mavic Open Pro a 32 fori da copertoncino, il cerchio top di Mavic al di fuori della proposta delle ruote complete. Raggi Sapim Laser con nipple in alluminio color oro come i mozzi. Il tutto con incrocio in terza per avere ruote robuste, ma non troppo rigide.

Il risultato finale

Il risultato finale è una bici che a distanza di quasi 10 anni non ha quasi valore commerciale, ma probabilmente con quel marchio sconosciuto non ne ha mai avuto. Che pesa solo 7,6 kg. pedali compresi (di tutto rispetto per una cifra spesa che è la metà di quello di una bici di pari peso venduta online, di cui non faccio il nome) e che ha ancora bisogno di due gambe belle allenate per andare forte.
Come tutte le biciclette del mondo.

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