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Bikepacking intorno al Monte Bianco

Solo la mia ombra a tenermi compagnia

Una sera di giugno, con una voglia di evadere e sognare superiore alla media, prendo il cellulare e comincio a tracciare un giro da fare in Valle d’Aosta durante le ferie estive. Non ho mai fatto il Colle San Carlo in bici, penso. E neppure il Colle del Piccolo San Bernardo. Bello! E se poi scendessi a Bourg-Saint-Maurice? Che bei ricordi legati al Tour del Monte Bianco fatto in mountain bike qualche anno fa…Aspetta…e ora come torno indietro? Lo sanno tutti che la conformazione a pettine delle valli delle Alpi Pennine e Graie non permette delle intersezioni facili tra una valle e l’altra. Ecco la scusa che inconsciamente stavo cercando. Posso chiudere il giro rientrando dal Passo del Gran San Bernardo, il valico più vicino, dopo 260 km dalla partenza. Il mio bikepacking intorno al Monte Bianco è nato così.
Dico ad un amico che forse sto preparando qualcosa per fine agosto. Lui è incerto. Ha impegni familiari ancora da definire. Io intanto prenoto le due notti. Mi tengo il progetto per me. Per scaramanzia. Per non fare la figura di quello che annuncia e poi non fa. Il mio bikepacking intorno al Monte Bianco sta prendendo la forma del mio primo bikepacking in solitaria.

La preparazione

Se stai leggendo questo resoconto per cercare spunti nel prepararti ad un tour bikepacking intorno al Monte Bianco, hai sbagliato post. Qui forse troverai qualche informazione generale, qualche emozione, qualche bella fotografia, ma nessuna indicazione sulla preparazione atletico-sportiva. Perché non ne ho fatta. Sono partito che avevo 2.700 km sulle gambe da inizio anno.
Non serve strafare per portare a termine un’impresa da 330 km e 8.700 metri di dislivello. Serve esperienza, tranquillità, conoscenza di se stessi, determinazione, un pizzico di follia e tanta testa. Che vuol dire concentrazione, attenzione, motivazione, ipersensibilità sensoriale, adattabilità, disponibilità ad accettare gli eventi ed aprire il cuore alle emozioni.

Prima tappa: Morgex-Beaufort

Colle San Carlo

Sul Colle San Carlo, durante il tour bikepacking intorno al Monte Bianco

Per la prima tappa del mio bikepacking intorno al Monte Bianco la partenza è prevista da Morgex. E l’arrivo a Beaufort. Mai sentito prima d’ora questo paese, se non per il formaggio che porta lo stesso nome ed è prodotto nella zona. Vi si trova un albergo/ostello a buon prezzo ed è situato alla giusta distanza da Morgex (circa 100 km è la distanza prevista per ognuna delle 3 tappe, con la seconda un po’ sovradimensionata).
E’ subito salita. Il Colle San Carlo si rivelerà, come atteso, la salita più arcigna (al netto dell’influenza della stanchezza, della fame/sete e del meteo). Belle rampe, spesso a doppia cifra, mettono subito in chiaro che non sarà una passeggiata. Per fortuna sono fresco. Il bagaglio si sente, ma non in maniera esagerata. Non c’è modo per evitare che scrolli quando mi alzo in piedi, ma lo farò soltanto per alleggerire la pressione sulla zona ischiatica. Sembra assurdo, ma mi accorgerò delle borse quasi di più al momento di dover spostare la bici a mano che durante la marcia.
Ovviamente, come da low-profile valdostano, non ci sono indicazioni della distanza mancante al colle. Addirittura, all’inizio della salita, la segnaletica indica “Colle d’Arpy”, per cercare di confondere chi non è avvezzo con la geografia locale.
La giornata è soleggiata, ma non eccessivamente calda. Ampi punti di ombra aiutano. Salendo finalmente noto qualche lavoro di taglio alberi, in questi nostri boschi sempre più abbandonati. Ai meno 3 km, un cartello indica l’area picnic del Colle. Grazie. Dopo un’ora e quaranta minuti sono in cima. Nessuna traccia di fontane.

Colle del Piccolo San Bernardo

Sul Colle del Piccolo San Bernardo, durante il tour bikepacking intorno al Monte Bianco

La Thuile compare subito in fondo alla valle, sormontata verso sud dalle sue piste e da quel che rimane del ghiacciaio del Rutor.
Prima di entrare in paese, trovo una fontana e ricarico le borracce. Troverò un’altra fontana dopo circa 70 km, quasi 6 ore dopo.
Il Colle del Piccolo San Bernardo è una bella salita. Comincia con ampi tornanti, ti concede il privilegio di scorgere una cima del Monte Bianco, si allarga verso il finale con prati ed un bel lago ed ha un andamento complessivamente regolare. Non si corre mai il rischio di andare fuori giri. Con l’alimentazione mi sto gestendo bene. Solo l’acqua comincia a scarseggiare.
In cima incontro di nuovo un ciclista con cui avevo scambiato due parole sul San Carlo. E’ di Crema. Ha voglia di chiacchierare e di conoscere il mio giro. Comincio ad avere freddo, perché tira un bel venticello. Saluto, mi vesto e comincio a scendere. Non mi piace fermarmi nei posti turistici come i classici locali in cima ai passi alpini. Tiro dritto con l’intenzione di fermarmi a Bourg-Saint-Maurice.
Dopo pochi chilometri, in un bel punto panoramico, incontro un ciclista francese. Anche lui si incuriosisce alla mia avventura. Scambiamo qualche parola, gli dico che sono già stato a Les Chapieux. Per incoraggiarmi, mi fa presente che il Cormet de Roselend è ancora lontano e la salita lunga.

Cormet de Roselend

Sul Cormet de Roselend, durante il tour bikepacking intorno al Monte Bianco

Mentre scendo, sento una strana inquietudine. Le parole del ciclista mi stanno preoccupando: e se arrivo tardi? Forse ho esagerato lo sforzo? Bourg-Saint-Maurice, che si vedeva bene in fondo alla valle, improvvisamente sparisce. Ho sbagliato strada? C’era un bivio prima che non ho controllato attentamente. Perdere quota per poi doverla recuperare su un tracciato già impegnativo, sarebbe un errore imperdonabile.
La discesa è bella, veloce, molto poco trafficata, ma non riesco a godermela. Controllo la traccia. Tutto ok.
Appena entrato nel paese di Néez vedo sulla destra un supermercato “La Vie Claire”. Negli anni ’80 e ’90 è stato lo sponsor principale della squadra di Bernard Hinault, Greg Lemond (il primo ciclista americano di successo), Marc Madiot e Laurent Jalabert. Dal 1987, quando incominciai ad andare in bicicletta da corsa, usai regolarmente per anni la maglia de La Vie Claire/Toshiba, ispirata alle geometrie di Mondrian. Insomma, non potevo far altro che fermarmi ed entrare. Speravo in qualche sandwich/panino confezionato. Ne esco con una scatola di biscotti farciti al cacao con cui placo la fame con qualcosa di solido.
E il Cormet de Roselend? 19 km di cui 10 abbastanza rognosi, anche per il caldo e la sete che comincio ad accusare. Calcolo la distanza ed il dislivello restante: è impossibile che continui così fino alla fine.
Infatti, arrivato ai 1.500 metri, la strada si apre su un vallone e spiana per quasi un chilometro, alla fine del quale si trova la località di Chapieux. Qui eravamo passati in discesa durante il Giro del Monte Bianco in mountain bike del 2019.
Gli ultimi 6 km sono di nuovo abbastanza impegnativi. Quando manca un chilometro e mezzo alla cima, sento un accenno di crampo alla coscia destra. Ho bisogno di bere, ma non ho più acqua. Mi fermo. Faccio stretching. Cerco di mantenere la calma. Riparto andando a zig zag sul rettilineo davanti a me, per ridurre la pendenza e lo sforzo. Sono in cima. Non c’è nulla.
Dopo aver superato la diga del lago di Roselend, finalmente una fontana. Mi avvento come un falco. Mai bevuto un’acqua così buona e così fresca.
In discesa controllo i chilometri, manca poco a Beaufort, ma in questa gola fredda e buia dove mi trovo non può esserci un paese. Torna il sole, un raggio illumina la strada: Beaufort è a pochi metri.

Seconda tappa: Beaufort-Martigny

La prima notte in dormitorio del mio giro bikepacking intorno al Monte Bianco è trascorsa alla grande. Dopo una bella dormita, una buona e ricca colazione mi da il buongiorno, non prima di aver fatto qualche minuto di stretching. Nessun dolore particolare alle gambe ed una fame non belluina sono segni incoraggianti.
La fontana di fronte all’albergo è asciutta. Mi faccio riempire le borracce al bar dell’albergo/ostello e decido di cambiare strategia rispetto al giorno prima. Il mio atteggiamento autarchico ed isolazionista non funziona; dovrò far ricorso ai bar lungo la strada per rabboccare l’acqua.
Questo secondo giorno nasce sotto la stella dell’incognita strade. Un cartello stradale a Beaufort indicava la chiusura della strada per Hauteluce e quindi il Col des Saisies, ma il cameriere dell’albergo mi ha garantito che la strada principale è aperta. Inoltre, quando sarò in zona Domancy/Passy ho il terrore di finire sulla superstrada “La Route Blanche” che corre lungo l’Arve e che ovviamente non è percorribile dalle biciclette. In auto sono sempre e soltanto passato di lì, anche perché le strade (regionali, locali, comunali…boh?) se devi andare a Chamonix portano sempre e comunque verso uno svincolo della superstrada. Speriamo che l’app di tracciamento abbia fatto bene il suo lavoro…

Col des Saisies

L'ultimo chilometro al Col des Saisies

Dopo alcuni chilometri in leggera discesa, la strada per il Col de Saisies sembra effettivamente aperta. Due ragazze in bici, che mi hanno sorpassato alla velocità della luce,svoltano a destra con decisione.
Messa da parte la parsimonia genovese, con ben due pastiglie di sali nella borraccia, decido di bere un paio di sorsi ogni chilometro.
La strada scorre sotto le ruote con regolarità. Tanti rettilinei che mi ricordano un po’ il Moncenisio versante francese. E’ pur sempre un colle abituale del Tour de France, parte della Route de Grandes Alpes, ma nel complesso i suoi 15 km non sono un’asperità impegnativa. Pochi chilometri sotto il colle, si trova la località sciistica di Les Saisies, animata da una folta presenza di mountain bike e dagli impianti di risalita in funzionamento.
Un bel tavolo solitario appena dopo lo scollinamento è il posto ideale per rifocillarmi e decidere dove fermarmi per fare acqua. Notre Dame de Bellecombe è il mio prossimo obiettivo.

Verso Chamonix

La discesa, nonostante qualche contropendenza, in 15 km conduce al fondo valle, lungo il fiume Arly, dove si incontra la “Route de Megève”. Mi fermo, accendo le luci, accendo il navigatore (che di solito tengo come risorsa ultima di consultazione) per seguire passo passo le sue indicazioni, mi metto in modalità “traffico cittadino” e mi butto nel flusso. Immaginavo che sull’altopiano di Megève ci sarebbe stata confusione, ma addirittura dover salire su un marciapiede insieme a due altri ciclisti per far passare un camion cisterna…Il tutto con la paziente collaborazione dell’autista, per carità.
Abbandonato il traffico delle rotonde di Megève ritrovo all’orizzonte le catene che sovrastano Sallanches (dove sono stato in ferie alcuni anni fa). La strada comincia a scendere. Vado verso il punto logistico critico: quella gola, che un po’ ricorda la strettoia tra i monti a Bard che ha difeso per secoli la Valle d’Aosta dalle invasioni, dove non c’è posto per due strade sul fondovalle.
La traccia manifesta qualche bizzarria. Prima mi fa scendere in mezzo ad una zona residenziale di villette perché voleva farmi prendere un sentiero per evitare due curve. Poi mi manda in direzione Sallanches che vuol dire la direzione opposta di Chamonix e quindi chilometri da recuperare a ritroso. Fortunatamente vedo un bivio per Domancy. Localizzo mentalmente Domancy sulla carta e decido di scendere. Il navigatore ricalcola e mi da ragione.
A fondo valle attraverso la temuta superstrada risalendo la valle lungo la costa di Passy. Ad un certo punto finalmente compare un cartello con l’indicazione “Chamonix”.
La strada degrada lentamente, risale, passo sotto la superstrada, un cartello indica il divieto alle biciclette. Dovrei girare a sinistra a metà svincolo: una strada male asfaltata con un cartello di “strada senza uscita”. Eccomi bloccato, in un vicolo cieco. Decido comunque di salire la strada chiusa con la speranza che non diventi sterrata, vista la ripidezza. Alla fine di una stradina che punta dritta al cielo, due massi ostacolano il passaggio dei veicoli, ma c’è una strada oltre. Passo in mezzo e maledico Komoot e la sua dannata ossessione di farti risparmiare anche due sole curve!
Mi inerpico lungo una bella strada a tornanti, in un verde bosco di conifere, dove a seconda della direzione della strada il paesaggio è dominato dal Massiccio dei Fiz oppure dal monte Bianco, in un gioco di rimbalzo di panorami che lascia senza fiato. Questa frazione dall’autentico sapore alpino del comune di Les Houches si chiama Vaudagne ed è letteralmente un angolo unico di quiete immerso nel verde sotto il Monte Bianco. Con due soli ciclisti che mi precedono di qualche curva, mi domando dove vadano a pedalare gli appassionati locali…

Chamonix – Col de Montets – Col de la Forclaz

Attraverso Les Suches, raggiungo la ciclabile di Chamonix. Due pedalate in centro per segnalare ai partecipanti dell’UTMB che va bene, i protagonisti della settimana sono loro, però questa è anche la mia settimana, quella del mio backpacking intorno al Monte Bianco. Volgo lo sguardo alla Auguille du Midi, al ghiacciaio di Les Bossons. Si vede tutta la sofferenza della montagna. A colpo d’occhio, non serve essere un esperto, basta avere la memoria di qualche anno fa, per fare un confronto.
Il Col de Montets, a parte il caldo nella parte iniziale (i 27° del mio gps sono probabilmente sottostimati di un paio di gradi) è una pratica poco entusiasmante.
Il Col de la Forclaz, invece, comincia prima di quando te lo aspetti, poco dopo il confine svizzero.
La prima parte, fino a Trient, è un po’ lugubre, con noiosi rettilinei abbastanza ripidi, qualche galleria, poi a Trient comincia la salita vera, quella che ti fa capire che stai salendo un colle, che ti stai elevando sul fondovalle, ma sono più solo 3 km. La stagione delle albicocche del Vallese è finita. Non c’è nessun banchetto a venderle. Non molta gente in cima al passo.
Faccio due chiacchiere con un giovane ciclista di Lione in vacanza in zona. Martigny è li sotto ad aspettarmi.

Terza tappa: Martigny-Morgex

Il terzo giorno, l’anello del mio tour bikepacking intorno al Monte Bianco si chiude.
Due parole sintetizzano questo venerdì 28 agosto: autostrada e pioggia.
La prima parola l’ho scelta perché pedalare sulla Route du Grand Saint Bernard, scenderne la valle sul versante italiano, attraversare Aosta e fare 30 km sulla SS26 è come andare in bici su una autostrada.
Grandiose opere ingegneristiche hanno reso possibile l’apertura del tunnel nel 1958 e le due gallerie paramassi, lunghe diversi km sui due versanti, rendono praticabile il passaggio anche in presenza di neve ad alta quota. Però non è più una strada alpina. Camion di ogni tipo percorrono la strada, la quantità di auto e furgoni è impressionante. Per raddrizzare il percorso ed agevolare il passaggio dei mezzi a motore sono stati costruiti innumerevoli ponti e viadotti. Che rendono veloce anche le discese in bici, aggiungendo rischio a rischio. I ponti ed i viadotti spesso sono esposti al vento.
Se non fosse per i 7 km sul versante svizzero e i 15 km sul versante italiano della vecchia strada che porta al Passo, questo bellissimo paesaggio alpino non meriterebbe di arrivarci in bicicletta.
E meno male che è subentrata la pioggia (ecco la seconda parola del giorno) a trasformare una pedalata altrimenti noiosa in una vera impresa. Circa 75 km sotto la pioggia su 103 complessivi.

Passo del Gran San Bernardo

La nebbia sul Passo del Gran San Bernardo

Appena partito da Martigny, guardando le montagne nella direzione del percorso, si intuiva che sarebbe stato difficile non bagnarsi. Un forte vento ha rapidamente trasportato le prime ramate d’acqua appena 10 km dopo la partenza. Ogni tanto si apriva uno spiraglio di sole, immediatamente richiuso da una serie di raffiche cariche d’acqua. La pioggia non è mai stata il problema, il vento si, al punto che quando ancora mancavano una ventina di chilometri alla vetta, vedere gli operai di un cantiere stradale smantellare per andarsene mi ha fatto un po’ preoccupare.
Ma quando mi sono fermato all’imbocco della galleria prima di Bourg Saint Pierre per riposarmi, asciugarmi un po’ e mangiare qualcosa, la vista di un ciclista davanti a me qualche centinaio di metri mi ha dato un p0′ di fiducia. Anche in un viaggio in solitaria, avere qualche compagno estraneo con cui condividere il destino aumenta la sicurezza.
In ogni caso, la salita (42 km da Martigny) è troppo lunga per poter avere un umore stabile. Ti attraversano tutti gli stati d’animo. Ad un certo punto, al timido apparire di un raggio di sole, mi si apre un sorriso, ora rido veramente di gusto, me ne sorprendo, ma non riesco a trattenerlo: è la gioia mentre percepisco che ce la farò ad arrivare in cima.
Quando all’ultimo tornante incontro e saluto 4 ciclisti in discesa, intabarrati di nero, che stanno per affrontare la tempesta che ho appena attraversato, mi sento un veterano delle campagne del maltempo.
Dopo una pausa ristoratrice sul passo, comincio la discesa, convinto che verso Aosta il tempo sia migliore (le previsioni così dicevano), così da potermi scaldare un po’ all’altezza di Etroubles. Speranze mal riposte. Finalmente smette di piovere, ma all’orizzonte rimangono solo nuvole.
Arrivo ad Aosta, trovo la strada bagnata. Se è già piovuto, penso, posso levare la giacca impermeabile, il pile, i guanti lunghi. Non appena riparto, comincia a piovere di nuovo. Sempre più forte, decisamente più forte che sul Gran San Bernardo. Mi fermo, mi cambio ancora e pedalo quasi 30 chilometri in quell’acquitrino che è diventata la SS26.
Arrivo a Morgex con il sole. Il mio tour bikepacking intorno al Monte Bianco è finito. Ma l’avventura è appena incominciata…

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